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Notiziario indipendente del Centro Anziani "Bel Respiro" - Villa Pamphilji
Municipio XVI - Roma
Celebriamo la Parola di Dio

Domenica 11 aprile 2010

CELEBRIAMO LA PAROLA DI DIO

 

SECONDA DOMENICA DI PASQUA  -Anno “C”   (11 apr. ’10)

 

1^  Lettura ....: At 5,12-16

Salmo resp. .:  dal Sal 117

2^ Lettura ….: Ap 1,9-11a. 12-13. 17-19

Vangelo …...: Gv 20,19-31

 

. Rendete grazie al Signore perché è buono.

 

Anche oggi, la Chiesa, celebra una "Domenica di Pasqua". Per altre cinque domeniche, la liturgia usa questa denominazione, ciò fa comprendere quanto grande e ricco sia il Mistero di Cristo e della sua Risurrezione, la cui contemplazione e conoscenza non può esaurirsi nella celebrazione di un solo giorno, ma è necessario un intero arco di tempo; ed ecco così il "Tempo": di Pasqua.

In questa seconda domenica, la liturgia eucaristica è ricchissima, per la scelta dei testi biblici e per i diversi argomenti che tocca, infatti, oltre al racconto delle due apparizioni del Cristo Risorto ai discepoli, il vangelo di Giovanni, parla dell'effusione dello Spirito, del dono della pace, del conferimento della missione agli Undici, e del potere loro affidato di rimettere i peccati, segno della più alto gesto di carità.

Il perdono dei peccati, ragione per la quale il Figlio di Dio si è incarnato, è morto ed è risorto, è assieme alla pace, il grande dono della Pasqua.

Nella Risurrezione di Cristo, che vincendo la morte, ha vinto anche il peccato, c'è, dunque, il riscatto di tutta l'umanità, che da quel momento può vivere la comunione con Dio nella nuova relazione con il figlio, fonte di gioia, di pace e di indistruttibile speranza.

Il Cristo Risorto: di lui l’evangelista Giovanni, nella prima pagina dell'Apocalisse, che oggi la liturgia ripropone, tratteggia un'immagine grandiosa: "Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione, nel regno e nella perseveranza in Gesù.... Fui preso dallo Spirito nel giorno del Signore... vidi sette candelabri d’oro e, in mezzo ai candelabri, uno simile a Figlio d’uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d'oro. … Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi, come morto. Ma egli, posando su di me la sua destra, disse: «Non temere! lo sono il Primo e l'Ultimo e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi...» (Ap. 1, 9-10. 12-13. 17-18)

È questo il Figlio di Dio, il Verbo, che era in principio, e che si è incarnato in Gesù di Nazareth, il Cristo, morto e risorto; Egli è il principio e il fine della Storia e, soltanto in Lui, ci è dato di scorgere quella che sarà la nostra condizione finale e definitiva, quando, anche il nostro mistero di creature, fatte ad immagine di Dio, sarà giunto a completezza, e noi risorgeremo con Lui, nella gloria celeste.

Giovanni, inoltre, così scrive: "Dopo queste cose vidi: ecco una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua... e Colui che siede sul trono, stenderà la sua tenda sopra di loro. Non avranno più fame, né avranno più sete, non li colpirà più il sole, né arsura alcuna, perché l'Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi" (Ap.7, 9; 15-17.); e l'Apostolo evangelista parla del numero di coloro, che hanno creduto in Cristo, ed hanno vissuto per Lui, e questo numero è incalcolabile.

Vivere per Cristo significa vivere nella fede e nell'amore; sono queste le due virtù che animano la vita dei credenti, fin dai primissimi tempi della Chiesa, come testimonia il passo degli Atti degli Apostoli, della la liturgia eucaristica di oggi: "Molti segni e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli. … Sempre più, però, venivano aggiunti credenti al Signore, una moltitudine di uomini e di donne, tanto che portavano gli ammalati persino nelle piazze, ponendoli su lettucci e barelle, perché, quando Pietro passava, almeno la sua ombra coprisse qualcuno di loro.  Anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva, portando malati e persone tormentate da spiriti impuri, e tutti venivano guariti." (At  5, 12 16)

Fede e carità, sono, dunque, la risposta dell'uomo al dono di Dio, in Cristo risorto.
Tuttavia, il percorso della fede, non per tutti è semplice; talvolta, esso diventa una drammatica, lunga e faticosa ricerca e il desiderio bruciante di Dio sembra non avere un riscontro di luce.

Anche tra gli Undici Apostoli, uno stentava a credere: era Tommaso, soprannominato "Didimo"; in quel primo giorno dopo il sabato, quando il Signore risorto entrò a porte chiuse nel cenacolo, Tommaso non era con gli altri Apostoli. Al racconto dell'apparizione del Maestro, egli, molto dubbioso, rispose: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo”.

Tommaso, come tanti dopo di lui nel corso dei secoli, ha bisogno di verifiche, egli non è ancora in grado di aprirsi all'invisibile e a ciò che supera i dati dell’esperienza personale e i percorsi della ragione; egli non è ancora  pronto al rischio della fede.

È di questo discepolo, così esclusivo, il Vangelo di oggi così parla: “otto giorni dopo, i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!»...".

Il Maestro non si stupisce della difficoltà di Tommaso a credere, né lo rimprovera; Cristo sa quali sono i limiti della mente e del cuore umano, e si fa incontro allo scettico e perplesso Tommaso, lo accoglie, lo aiuta con infinita tenerezza: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!”; con queste parole, il Maestro guida Tommaso alla chiarezza della fede, e il discepolo, dopo aver toccato con le sue mani i segni della passione e morte del Cristo, esclama: “Mio Signore, e mio Dio!”.

La professione di fede di questo discepolo, che ci viene dal racconto evangelico, è immensa. Egli così riluttante a credere, ora, illuminato dalla fede, non solo riconosce che Gesù è veramente risorto, ma lo proclama suo Dio.

Si, anche noi tutti proclamiamo che Gesù Cristo è il nostro Dio e questa fede è dono della Pasqua, che è vita, che è luce, che è speranza.

Dall' esperienza intima di questo Mistero, fondamento sul quale poggia la nostra fede, nessuno è escluso; Cristo, in un tempo o in una particolare situazione che Lui solo conosce, si rivela alla coscienza di ogni uomo, anche del più lontano, del più refrattario ad arrendersi al dono di grazia che è la fede nel Figlio di Dio, il Redentore, il quale nel cammino della vita, si fa compagno, amico e fratello, per condurci fino allo splendore della visione che non avrà più ombre e non avrà mai fine.

 

(Ricerche e Commenti di Mario Faraldo)