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Notiziario indipendente del Centro Anziani "Bel Respiro" - Villa Pamphilji
Municipio XVI - Roma


Domenica 13 dicembre 2009

CELEBRIAMO

LA PAROLA DI DIO

 

III^ DOMENICA DI “AVVENTO” - ANNO“C”

 

1^  Lettura ....: Sof 3,14-17

Salmo resp.. : da Is 12,2-6

2^ Lettura ….: Fil 4,4-7

Vangelo …...: Lc 3,10-18

 

.Canta ed esulta, perché grande in mezzo a te è il Santo d’Israele.

 

L’annuncio profetico di Giovanni Battista trova un’eco in quelli che lo ascoltano. Vanno da lui per domandargli: “Cosa dobbiamo fare?”. Giovanni si rifà alla tradizione dei profeti e risponde che la condizione necessaria è il compimento del comandamento dell’amore del proprio prossimo, espressione reale dell’amore di Dio. Giovanni non esige la durezza della vita che egli conduce, non disapprova neanche le attività proprie ai laici che vanno verso di lui. Tuttavia, egli sa indicare a ognuno quello che deve convertire in se stesso, e come realizzare i propri doveri verso il prossimo, e nello stesso tempo indicare loro chiaramente dove risiedono l’ingiustizia e l’errore che devono essere superati.

Quando gli si domanda se egli è il Messia, Giovanni Battista risponde di no, e non accetta alcun legame alla sua persona, nessuna adesione personale qualunque essa sia. Con umiltà proclama che il Messia si trova sulla terra, che lui solo possiede il battesimo vero. Questo non si farà con l’acqua, ma con lo Spirito Santo e il fuoco, per tutti coloro che vorranno vivere la conversione completa. Solo il Messia potrà riunire il frumento e bruciare la paglia in un rogo, dettare il giudizio della misericordia. Giovanni non è neanche degno di slegare i suoi sandali; a lui, Giovanni, è stato solo chiesto di preparare il cammino del Signore.

"Siate sempre lieti nel Signore, sempre; ve lo ripeto: siate lieti" (Fil 4,4). Con queste parole dell'apostolo Paolo si apre la liturgia di questa domenica, chiamata perciò "Domenica gaudete", la Domenica della gioia. Paolo dettava queste parole mentre era in carcere a Roma, la tradizione dice vicino a Trastevere, e forse aveva già di fronte la prospettiva della sentenza capitale. Eppure esorta se stesso e i cristiani di Filippi a gioire perché, aggiunge, "il Signore è vicino". Il motivo della gioia sta proprio nella prossima venuta del Signore. Anche il profeta Sofonia esorta Gerusalemme a rallegrarsi: "Rallegrati, figlia di Sion, grida di gioia, Israele, esulta e acclama con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme!" (Sof 3,14). Perché gioire? Sofonia spiega: "Il Signore ha revocato la tua condanna, ha disperso il tuo nemico...Il Signore tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente...Ti rinnoverà con il suo amore" (Sof 3, 15-18). Il profeta parla della liberazione di Gerusalemme: scompare la condanna, viene tolto l'assedio alla città, il nemico è disperso e la città può finalmente tornare a respirare e a vivere. Il Signore l'ha salvata.

La Parola di Dio spinge a non lasciarsi prendere dalla tristezza, a non lasciarsi sopraffare dall'angoscia, e ne avremmo tutti i motivi guardando il nostro mondo, vedendo le numerose guerre e le innumerevoli ingiustizie. Come non essere tristi e angosciati di fronte a tanta violenza? Eppure la liturgia ci esorta a gioire. Non perché, come si sente ripetere, il cristiano è per natura ottimista. No, è l'avvicinarsi del Natale il motivo della nostra gioia, il motivo della nostra speranza. Non siamo più soli, il Signore viene accanto a noi. La liturgia interrompe la stessa severità del tempo di Avvento. Vuole che si abbandonino le vesti violacee della penitenza per indossare quelle della gioia; vuole che l'altare sia ornato dai fiori e si faccia festa. Il Signore, infatti, è vicino. Per questo, tutto nella liturgia si fa invito pressante affinché ciascuno di noi si disponga ad accogliere il Signore che viene. L’esortazione è di alzarsi dal sonno dell'egoismo e dall'ubriacatura dell'orgoglio per andare incontro a Gesù. Restano pochi giorni al Natale e il nostro cuore è ancora distratto e per nulla pronto. Scrive il Vangelo di Luca che tutto il popolo era nell'attesa (Cfr Luca 3, 10-18). Tutti attendevano il Messia, colui che avrebbe cambiato il mondo, che avrebbe liberato gli uomini e le donne dalle schiavitù di questo mondo, che avrebbe aiutato i poveri, che avrebbe guarito i malati. Per questo molti, da ogni parte della Galilea e della Giudea (una folla, nota l'evangelista) lasciavano le loro città e i luoghi ove abitualmente vivevano per recarsi nel deserto ed incontrare Giovanni Battista.

Anche noi abbiamo lasciato le nostre case e soprattutto le nostre faccende abituali e i nostri pensieri di ogni giorno, per venire ad ascoltare Giovanni Battista in questa Santa Liturgia. Oggi, Giovanni è qui che parla, in mezzo a noi. La sua predicazione, ha lo stesso vigore, la stessa forza di cambiamento che aveva allora nel deserto accanto al fiume Giordano. Assieme a quella folla di uomini e di donne, assieme a quei soldati e a quei pubblicani che si erano accalcati attorno a lui, ci siamo anche noi e, con loro, chiediamo: "Che cosa dobbiamo fare?". E' la nostra domanda di oggi: che cosa dobbiamo fare per accogliere il Signore che viene? Giovanni risponde con semplicità e chiarezza: Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non  ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto. È la carità la prima risposta. Essa dispone i cuori ad accogliere il Signore che viene sotto le sembianze dei poveri e dei deboli.

Rivolto ai pubblicani e ai soldati, Giovanni esorta a non esigere nulla di più di quanto è stato fissato e a non maltrattare e a non estorcere niente a nessuno. Chiede, insomma, di essere giusti, di essere rispettosi gli uni degli altri. Il predicatore del deserto ricorda che l'attesa del Messia si compie tra carità e giustizia, tra misericordia e rispetto, tra tenerezza e compassione. E Paolo ai Filippesi non dice forse: "La vostra amabilità sia nota a tutti" ? (Fil 4,5).  Il Signore verrà, scenderà nel cuore di ognuno e ci battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Nessuno resterà con quello che possiede, nessuno rimarrà così com'è. Lo Spirito Santo ingrandirà i nostri cuori e ci guiderà il fuoco del suo amore.

I suggerimenti di Paolo per vivere nella gioia sono diversi. Il primo consiste nell’essere affabili. Significa avere degli atteggiamenti umani (rispetto, gentilezza) e nello stesso tempo di fede (ognuno è tuo fratello per il quale Cristo è morto). Il secondo consiste nell’abbandonare l’angustia (molte cose dipendono da noi, ma altre non dipendono da noi e, perciò, non ne siamo padroni). È meglio affidarsi a Dio, dopo aver fatto tutto ciò che è umanamente possibile (Dio non interviene come causa prima là dove possono intervenire le cause seconde: approverebbe l’accidia). La preghiera di Colletta generale pone l’assemblea nel clima che passa dall’attesa della fine dei tempi alla preparazione prossima per la celebrazione del “grande mistero della salvezza”, l’Incarnazione. La Colletta particolare, invece, indica in Dio la fonte della gioia, nello Spirito la forza del rinnovamento interiore, nell’osservanza dei comandamenti di Gesù (credere in Cristo, imitandolo, e amare come Lui) la testimonianza e la traduzione della gioia in generosità nell’annunciare il Vangelo (Cristo come Salvatore).

 

(Ricerche e Commenti di Mario Faraldo)