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Notiziario indipendente del Centro Anziani "Bel Respiro" - Villa Pamphilji
Municipio XVI - Roma
Celebriamo la Parola di Dio

Domenica 8 novembre 2009

XXXII^ DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO -ANNO B

1^ Lettura ....: 1Re 17,10-16
Salmo resp.. : dal Sal 145(146)
2^ Lettura ….: Eb 9,24-28
Vangelo …...: Mc 12,38-44

.Loda il Signore, anima mia.
In questa trentaduesima Domenica del tempo ordinario, la liturgia ci propone il salmo 145; è una preghiera al Signore in onore delle opere di salvezza e delle qualità proprie del Dio dell’alleanza. L’autore del salmo ci propone come tesi: “non confidate nei potenti” (Sal 145,3), e come opposizione: “Beato chi ha per aiuto il Dio di Giacobbe: la sua speranza è nel Signore suo Dio”(Sal 145,5). La particolareggiata esposizione della misericordia di Dio nei confronti dei bisognosi e i derelitti, ce lo fa apparire come il salmo della divina provvidenza. In questo canto si fondono insieme le lodi, i ringraziamenti e la fiducia in Dio, re amoroso e tenero verso le sue creature. Con questo salmo la Chiesa rende grazie al Padre e a Gesù Cristo che hanno donato ai poveri la buona novella e messo tutta la potenza divina a servizio degli umili.
Giunto al termine del suo ministero pubblico, Gesù quasi semplifica il suo insegnamento, nel contenuto e nel metodo, mostrando con esempi concreti di vita ciò che più conta all'occhio di Dio.
Il mondo giudica dall'apparenza, Dio vede nel cuore. Perciò la sincerità e la verità interiore hanno un enorme valore, non la facciata e l'immagine esibita davanti agli altri. E lì, nell’intimo del cuore Dio può giudicare l’efficacia del dono di sé, anche se agli occhi esterni può apparire gesto piccolo e insignificante.
Non esiste messaggio più immediato di quello del vangelo di oggi contro ogni forma di "fariseismo" dell'apparire, del prestigio, dell'immagine a discapito della sincerità e verità di se stessi. È la religione del paganesimo moderno che ci propina la televisione e la incessante pubblicità: ciò che conta è l'apparire giovani, vitali, efficienti; avere un posto di prestigio sui giornali e in tv, o anche solo una veloce apparizione; mostrarsi potenti in affari, magari senza scrupoli e a danno dei più deboli o del bene comune: l'arrivismo del prestigio e dei primi posti. Non conta più né cultura, né competenza, né onestà, forse neanche professionalità; ciò che conta è far carriera e apparire potente, a discapito di ogni altro valore personale e familiare. O anche semplicemente far soldi, lavorare, per apparire più capaci di altri, di scialacquare in divertimento ed evasione, in futilità e banalità. Le nuove “divinità” sono quelli del calcio, della moda, dello spettacolo, della canzone.. o, peggio, della più sfacciata trasgressività sessuale e libertaria! Si dice “pagano” appunto un mondo che invece del vero Dio adora gli idoli. Quando non si è più credenti, si diventa creduloni, insanamente desiderosi d'ogni più irrazionale novità e futilità.
Anche un fariseismo più miserevole, quello di chi approfitta del suo prestigio religioso per sfruttarlo a interessi propri, a danno e inganno dei più deboli e dei poveri è censurato da Gesù. La storia delle religioni, e della Chiesa stessa, è piena di queste situazioni spregevoli, a cominciare, tanto per fare un esempio di storia passata, dall'istituto della "commenda". Già altra volta Gesù aveva gridato allo scandalo di un tempio ridotto a spelonca di ladri e aveva compiuto quel gesto di purificazione scacciando i mercanti e proclamando la santità della sua casa di preghiera. Religione e affarismo è piaga di sempre nella comunità cristiana, e magari, proprio da farisei, coperti dal velo dell'iniziativa "sociale", col sostegno delle istituzioni, uomini e partiti che poco hanno di chiaro e di evangelico nella gestione del denaro e del potere.
"Tanti ricchi ne gettavano molte" (Mc 12,41) di offerte, nota Gesù stando ad osservare chi metteva offerte per il tempio. Altra esibizione censurata. Non è la quantità ciò che qualifica il valore di una offerta, ma l’indifferenza. Pensiamo al modo e al metodo delle sponsorizzazioni. Magari si dà tanto, per la solidarietà, per la Chiesa stessa, ma... solo se ci sono dei ricavi personali immediati; se c'è un prestigio, un guadagno, una immagine che fa promozione e .. quindi tanta resa! Non che in sé sia male, ma non è certamente né valore morale né dono. È sistema economico con le sue leggi del profitto; che comunque guida al proprio tornaconto e non all'altruismo e alla gratuità. Questo si dica di tante forme di "aiuti" ai paesi poveri, o semplicemente di iniziative umanitarie dove i proventi finiscono quasi tutti al solo sostegno dell'apparato che li gestisce e poco a beneficio di progetti utili e concreti.
Gesù ha lodato la vedova perché pur avendo messo pochissimo, era però "tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere" (Mc 12,44). Non del suo "superfluo", nota Gesù parlando degli altri, ma di qualcosa di vitale e decisivo, qualcosa che le è costato molto. Ciò che conta per Gesù è il tutto! Come è capitato alla vedova di Zarepta, ormai anche lei priva del necessario per la sua vita e quella del figlio, ma pronta con quell'ultima goccia d'olio a condividerla con Elia in tempo di carestia generale (cfr 1Re 17,7-16). La condivisione di ciò che è più profondo e vitale, non del superficiale o dell'inutile; di ciò che più costa ed è interiore... è quanto qui viene richiamato come il cuore vero del dono di sé. Cioè una condivisione totalitaria, senza mezze misure e riserve.
Sull'esempio di Gesù stesso, ci richiama oggi la seconda lettura, che ha dato se stesso per noi fino all'ultima goccia del suo sangue: "Avendo amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine" (Gv 13,1), proprio perché "non c'è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Gv 15,13). Sull'esempio di Dio, scrive ammirato san Paolo, "che non ha risparmiato il proprio Figlio ma lo ha dato per tutti noi" (Rm 8,32). La radicalità del dono è l'unica immagine del Dio che ha voluto mostrare di sé lo "spettacolo" della croce, perché "Dio è amore" (1Gv 4,8). Tale radicalità la esige anche da noi come suoi figli e discepoli. Valga per tutti l'antichissimo esempio del sacrificio di Abramo (cf. Gen 22).
È la radicalità con Dio che si rivela nel dono generoso al prossimo. "Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede" (1Gv 4,20). Del resto, quella parola di Gesù: "chi perderà la propria vita per me la salverà" (Mc 8,35), fa certamente riferimento anche ad un dono di sé nel servire i fratelli per amore di Cristo, perché "qualunque cosa avete fatto a uno dei miei fratelli più piccoli l'avete fatto a me" (Mt 25,40).
Il gesto d'offerta che ci è richiesto ad ogni celebrazione eucaristica, anche espresso con denaro, è segno di ringraziamento per il frutto del nostro lavoro benedetto da Dio, quasi, come dice la Bibbia, offerta delle primizie. Poi esprime corresponsabilità nella gestione dei bisogni della comunità e solidarietà coi poveri. Sono doni che, simbolizzati dal pane e dal vino, ci vengono restituiti come presenza e azione santificante di Cristo per farci dono per gli altri.
Alla vedova di Zarepta, "La farina della giara non venne meno e l'orcio dell'olio non diminuì" (1Re 17,16). Non ci si rimette mai ad essere generosi con Dio; è il miglior investimento. Dio non si lascia mai vincere in generosità, purché sia un dono puro. Poco o tanto, ma .. tutto, fatto con il cuore!

(Ricerche e commenti di Mario Faraldo)